domenicoRiprendo la storia del mio primo post a sfondo genealogico, quello dedicato alla mia bisnonna Cherubina. In questo modo tenterò di riassumere i quarant’anni che separano la morte di lei da quella del marito, il mio bisnonno Domenico Fabbri. Parliamo di un periodo personalmente travagliato, storicamente e socialmente convulso, e le due cose sono destinate ad intrecciarsi fino all’ultimo inesorabile epilogo, nel 1944.

Il mio bisnonno si trova in Svizzera quando la moglie muore. “Resta pure là“, gli dicono. “Non serve che torni“. Quei dieci anni di matrimonio finiscono nel nulla, generando separazioni e destini pressoché differenti. Seppure i tre figli Domenica, Maria e Cesare crescano con gli zii Fabbri, essi costituiscono in qualche modo l’eredità morale di quel gruppo famigliare che non esiste più. Mentre mio nonno Lino cresce con i Peduli, i suoi tre fratelli si adeguano ad una vita nuova, improvvisata: non importa il contesto in cui crescono. Tutti e 4 sono, in fondo, le ultime ruote del carro, sono i figli di qualcuno che non è più lì. E allora gli anni passano, e diventano tutti grandicelli, radicandosi nei loro nuclei famigliari d’adozione, acquisendo tratti nuovi, ingerendo stili, voci, detti, politiche diverse.

Nel 1909 si ripercuote su quei frammenti di famiglia spezzata un nuovo, ennesimo dramma. La più grande dei quattro fratelli, Domenica, all’età di 14 anni si prende una brutta malattia e muore improvvisamente la notte di Natale. Chissà se a mio nonno hanno detto “Tua sorella è morta“. Per quanto fossero divise queste due fazioni, tendo a credere che vi fosse comunque un filo, seppure sottile, di congiunzione. So che Domenico rientra di tanto in tanto dalla Svizzera per richiedere i permessi di permanenza, ma non mi è chiaro se fosse o meno al Querceto quando la figlia muore. Il fatto che non sia stato lui a dichiararne la morte mi porta a pensare che anche in questa occasione Domenico abbia rifuggito, volente o nolente, il dolore di una perdita.

Inizia una nuova fase per Domenico. Gli affari in Svizzera non sono andati poi granchè. Che fare? Il fratello Giuseppe, quello non sposato e che sempre resterà celibe, lo aiuta a costruirsi un lavoro: farà il fattore per i poderi di Marradi. Pian piano riuscirà a guadagnare abbastanza per mantenere i due figli che ora, finalmente, prende sotto la sua ala per crescere. Immagino che il nuovo lavoro non gli dia troppe soddisfazioni nell’immediato: il figlio più grande, Cesare, parte per la guerra alla fine degli anni ’10, un periodo difficile per l’economia rurale, che stenta a decollare e subisce i rallentamenti ed i razionamenti dello sforzo bellico.

Solo nel primo dopoguerra le cose iniziano a prendere una piega diversa. Cesare inizia ad aiutare il padre nel ruolo di fattore, e Maria è conosciuta per avere un carattere molto particolare. “Girava con l’ombrellino e le unghie pitturate e, quando vedeva i cugini e gli zii, chiedeva loro di girare alla larga da lei, specie in piazza, dove tutti potevano vederli“. Maria è quindi una stella del suo mondo, forse inebriata dal successo della sua famiglia, entusiasta di aver lasciato alle spalle morte e povertà. Domenico, detto Mingó (per via della sua alta statura) sfreccia per le strade di Marradi col calesse, guidato dalla fidata cavalla Aprilia e tutti i passanti ne hanno timore, tanto da fuggire dalle strade. Questo aneddoto mi affascina molto. Mi si dice anche che frequenta altre donne, ma mai nessuna prenderà il posto di Cherubina. “Fai una casa tonda e prendi in moglie una donna per ogni angolo che ha questa casa“, dice ad uno dei figli del nipote.

Quando Cesare inizia a prendere in mano le redini del mestiere e si crea una sua famiglia, Domenico e sua figlia Maria si adattano ad un ruolo più marginale pur conducendo una vita sì degna, ma meno sfavillante di quella che gli era concessa negli anni ’20. Maria diviene quindi la sua stampella, e quando la guerra si avvicina lei è l’unica, essendo nubile, a prendersi cura del padre invalido. Se l’aviazione alleata bombarderà Marradi, Domenico avrà poche vie di fuga, ed ogni sbocco verso la salvezza gli risulterà complesso e difficile. Vivere al primo piano con una disabilità non può conciliare una fuga rapida ed efficace. Il 5 giugno 1944 si verificano però tutti questi fattori, e sfuggire alla furia delle bombe è impossibile. Sono le 13 circa, e a casa di Domenico e Maria c’è il nipote Fiorino Fabbri, figlio di Francesco. “Stai qui che moriamo assieme. Abbiamo abbastanza da mangiare per non andar fuori“, gli dice. Ma Fiorino fugge, e seppur con diverse ferite scampa al pesante annientamento del paesino toscano. Domenico e Maria inizieranno a scendere le scale, ma non avranno abbastanza tempo per farlo e saranno sepolti dalle macerie che toglieranno loro la vita. Saranno ritrovati in tempi diversi, ma la morte li ha trovati assieme e per loro si avrà un unico funerale per due anime che se ne vanno lo stesso giorno.


2 commenti

isabelladami · Aprile 16, 2015 alle 11:48 am

Le storie che racconti sono vere ma anche avvincenti come un romanzo. Aspetto la prossima puntata con curiosità!

    alessiofabbri · Aprile 16, 2015 alle 12:24 pm

    Un bellissimo complimento, Isabella. Grazie di cuore!!!

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