italiaQualche giorno fa su Rai Storia ho visto, seppure in maniera frammentaria, il documentario “Me ne frego! Il Fascismo e la lingua italiana“, curato dalla linguista Valeria Della Valle e dal regista Vanni Gandolfo. L’ho trovato un ottimo spunto per redarre un mio pensiero a riguardo. In realtà è parecchio tempo che avevo necessità di confrontarmi con me stesso sull’argomento: la lingua Italiana.

In questo confronto fra la lingua del fascismo e quella roboticamente annientata dalle tecnologie, cerco di fare un pò di chiarezza. Innanzitutto forse è meglio scindere da subito ogni legame della Lingua Italiana con la politica. Certo, è chiaro che un movimento nazionalista avrà sempre un occhio di riguardo per la Lingua nazionale, ed è con lo stesso spirito, seppure con un’esagerazione di fondo, che la dittatura fascista ha tentato di sradicare alcuni termini anglosassoni (e non solo) dal nostro dire quotidiano e dai nostri dizionari. Eppure io sostengo che non vi debbano essere bandiere, né gruppi partitici, né lotte politiche. La lingua Italiana è un patrimonio da proteggere in sé e per sé, perchè è frutto di un’elaborata evoluzione ed eredità di un vasto panorama letterario di cui possiamo tranquillamente vantarci col mondo intero.

Ciò non significa bandire il termine Inglese (e prendo in considerazione questa Lingua perché è il suo strapotere a strabordare nei nostri discorsi) in sé e per sé, ma cercare di far caso alla nostra tentazione di adottare tale parola come sostituta di un’altra, tutta Italiana, perfettamente funzionante ed adeguata al contesto che vogliamo articolare.
Prendiamo per esempio l’inconcepibile necessità di ribattezzare la Revisione della Spesa Pubblica con l’oscura Spending Review. Io che ho studiato ed insegno Inglese posso rendermi conto di cosa stiamo parlando, ma un anziano pensionato che ne sa? “Spendi che?” – Mi pare di sentirlo. Così è un fiorire di Jobs Act, Foreign Fighters, e chi più ne ha, più ne metta. Siamo quindi suscettibili alle divagazioni forestiere dei mass-media? Non solo. Tendiamo in ogni caso all’anglicizzazione nel nostro parlato, perchè non si vuol tradurre. Farsi conquistare da una lingua che è bandiera di tanto potere forse è lusinghiero. “Ho un meeting col manager e forse faremo un break con uno snack sul mezzogiorno.”
Ciò che viene spontaneo chiedersi è: perchè non sforzarci? Il problema è a monte. Ad un certo punto, s’è pensato che tradurre dall’Inglese all’Italiano rendeva tutto più casereccio, quasi cafone, potremmo dire. Questa può essere una teoria. Pensiamo, ad esempio, a Carlo e Diana. Non capisco cosa c’entrino, vi chiederete: bene, loro sono gli ultimi a ricevere il trattamento giornalistico della traduzione mediatica. I figli sono William ed Henry, la duchessa continuiamo a chiamarla Kate; forse parlare dei duchi di Cambridge come Guglielmo e Caterina fa troppo Medioevo? Non sono d’accordo…

Da un lato possiamo quasi trovare ridicolo l’atteggiamento fascista di tradurre ogni singola sillaba anglosassone, a partire da quel “fiorellare” che mi ha colpito tanto, in quanto altro non significa che “flirtare“. Buffo, no?
Jogging” è una corsetta, il “selfie” è un autoscatto, il “download” è uno scaricamento dati e così via. Perchè, quindi, non facciamo questo sforzo? Perchè quella parola ha fatto irruzione nelle nostre vite senza che ce ne accorgessimo. Assorbiamo mode e modi di dire così come ci vengono dati e non abbiamo necessità di rendere nostro il termine straniero: lo prendiamo così com’è. Questo cosa rivela dell’italiano? Una inconscia necessità di farsi accettare, amare, seguire. E non c’è dubbio che in questi tempi incerti, dove la crisi ormai è un fardello che supera il limite economico, lo spopolamento di termini italiani nel nostro dizionario è solo destinato ad aumentare.
Studiando ed insegnando l’Inglese, utilizzare termini stranieri è per me sempre intuitivo, quasi una scelta naturale. Ma perché non dovrei fare lo sforzo di cercare il corrispettivo termine italiano, se questo esiste? Lo devo a chi ha amato questa lingua, a chi ha creato capolavori con l’intento di esaltarla, di renderla speciale.

Ma un nuovo spunto è necessario: Montanelli già anni fa diceva che era incerto del futuro dell’Italia, ma era certo che ad avere un futuro sarebbero stati gli Italiani. Perché flessibili ed adattabili ad altri contesti. La nostra contemporaneità, forse, vive solo una nuova fase di quella profezia che già da anni ha iniziato ad avverarsi.


4 commenti

isabelladami · Aprile 20, 2015 alle 1:08 pm

Sono d’accordo con te. Forse per pigrizia, forse per snobismo la lingua italiana che è ricca e profonda viene parlata sempre peggio. E quando ci penso mi viene sempre in mente quella scena di Nanni Moretti che urla: “…chi parla male, pensa male!” Forse è un’esagerazione ma è vero che dietro ad ogni parola c’è un concetto e una storia che quel concetto rende più complesso e più completo e trascurarle è un peccato. Buona giornata e grazie per il post!

ioprimadime · Aprile 20, 2015 alle 1:38 pm

L’Italia è stata secolarmente un’esportatrice di bellezza, artistica e letteraria. Non so se è per un concetto di sé al ribasso che oggi gli Italiani importano tanto prodotti e parole dall’estero. Passi il tecnicismo, se è davvero intraducibile. Ma se si usa un termine esotico solo per riuscire fumosi, beh, questo è Danticidio.

    alessiofabbri · Aprile 20, 2015 alle 1:39 pm

    Ormai io e te abbiamo una voce unica! Anche su questo mi trovi d’accordo!

Elisa Pilati · Aprile 21, 2015 alle 5:24 pm

*redigere
(poi sei autorizzato a cancellare questo mio messaggio)
Ciao! 🙂

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