chiesaContinuo ad esplorare i sentieri della vita e della morte, nel percorso che, a ritroso, porto in questo blog. Chi mi legge avrà già intuito quale sia la consecuzione temporale di alcuni personaggi chiave della mia genealogia: mio nonno Lino, di cui ancora non ho parlato approfonditamente, è figlio di Domenico e Cherubina Peduli, la cui storia è qui condivisa nei post precedenti. Ho anche affrontato i destini incrociati dei genitori di Domenico, i miei trisnonni Giovanni e Domenica Vespignani. Arrivo ora ad esplorare con voi la generazione precedente, ovvero i genitori di Giovanni Fabbri, il temerario colono che sfidò le acque del fiume e che morì con la moglie nel 1892. In maniera un pò inconsueta, lascerò che sia il padre di Giovanni a presentarsi, in qualità di mio quadrisavolo ed attraverso quella licenza semifantastica con la quale gli do voce. Ogni fatto narrato è sempre basato su dati di fatto reali che ho scoperto.

A: Battista, parlatemi di voi (si dà del voi agli avi, secondo mia interpretazione).

B: Che devo dirti di me? Hai già scoperto molto. So che mi credevi più giovane. Devi sapere che una volta ci si dava un pò a caso quando si segnavano le età, i nomi, i luoghi. Poi nel tempo un pò qualcosa va perso. Devi anche pensare a quante cose sono successe in quegli anni. Quando ero giovane io, c’è stato per un pò il governo Francese e avevano portato via tutti i registri per trascriverli a Modigliana. Comunque, so che hai cercato la mia nascita per diverso tempo negli anni ’90 del Settecento, ma io sono del 1789. Un anno parecchio importante, no? Cos’hai pensato quando hai visto il mio nome per la prima volta?

A: Mi ha fatto molto effetto. Un conto è stato scoprire chi fosse il trisnonno, ma ritrovare voi è stato un risultato molto importante, considerato che siete il primo antenato settecentesco cui sono risalito. Battista, voi portate un nome di famiglia che già è passato attraverso diverse generazioni. Ne siete consapevole?

B: Sì, io porto il nome di mio nonno, che a sua volta aveva il nome di suo padre. Era morto quattro anni e mezzo prima che nascessi. Essendo il primo maschio dei miei genitori, era ovvio che volessero onorare la tradizione. E poi anche il babbo di mia mamma si chiamava Giovanni Battista! Non sono stato l’ultimo della nostra stirpe a portare questo nome, come inizialmente credevi tu. Il primo figlio di mio figlio Sebastiano si chiamava proprio come me.

A: Parlatemi dei vostri ricordi.

B: Il tempo e la fatica annebbiano la mente, ma certi ricordi restano saldi. Mia madre si chiamava Maddalena Montuschi, ed era di Gamogna, nella parrocchia dell’eremo. Quando è morta io avevo 12 anni e già da parecchio ero lavoratore nei campi assieme a mio babbo, noi eravamo in un grande podere, uno dei più grandi di queste parti. Quando mio padre rimase vedovo, sposò la figlia di suo cugino Francesco, Caterina nel 1807. Anche lei era quindi una Fabbri, era seconda cugina con me. Ebbero altri tre figli, forse quattro.

A: Forse quattro?

B: Sì. Caterina ebbe una bambina nel 1805 prima di sposarsi con mio padre, e fu chiamata Fortunata. Non ti so dire se era stato mio padre a metterla incinta. Non posso dirtelo. In ogni caso loro si sono sposati nel 1807 e dopo hanno avuto i miei fratellastri. Io sono rimasto in zona per qualche tempo, anche dopo che mi sono sposato con la Francesca.

A: La mia quadrisavola. Francesca Pagliai!

B: Ci siamo sposati il 17 giugno del 1816 e siamo andati a stare al Casetto solo dopo che era nata la nostra prima figlia, Maddalena. Le abbiamo dato il nome di mia mamma. Poi è nato il tuo trisnonno Giovanni nel 1819, Sebastiano nel 1821 (come il fratello di mia mamma), Lucia nel 1824 (il nome della mia sorellina che è morta da piccola) ed in fine Domenico nel 1826 (il nome di mio padre).

A: Vi siete trasferiti poco dopo, giusto? Presumo per poter lavorare.

B: Ci siamo spostati per necessità. A Tredozio poi ho avuto modo di cambiare mestiere. Ho fatto il becchino. Il cimitero era a fianco alla chiesa, ed ora non ce n’è più traccia. Comunque quella è stata una fase, perché poi son tornato a fare il colono.

A: Siete morto nel 1848. Cosa avete lasciato ai vostri figli? Quale eredità morale?

B: I Fabbri sono lavoratori, gente che non smette di darsi da fare e che non sà star ferma. Ho cresciuto dei figli responsabili ed in gamba. Mi preoccupava Lucia, che si è poi sposata con quell’anziano sarto e l’ha fatto in segreto. Ma ognuno ha un suo destino e spero sia stata felice.

E così Giovanni Battista, nonostante continui a parlarmi di sé, si svincola dal dialogo col presente, impersonificandosi nei dettagli di lui che sono riuscito a rintracciare. Si tratta di un viaggio nel tempo, del recupero di fatti, cose e memorie che appartengono ad un periodo forse troppo remoto. In fondo, parliamo di più di duecento anni fa. Le mie domande trovan risposta in questi appunti: quando penso a Battista mi viene in mente l’attuale colore della chiesa del paesino e quel nome, iscritto nei registri con tanta cura e con calligrafia così obsoleta da essere sempre più stupendamente affascinante.


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