ManettoManettiFinora mi sono soffermato sul ramo paterno della mia famiglia, sul cognome che porto. Ma c’è altrettanta curiosità ed attenzione da parte mia nei confronti del ramo materno, in cui individuo in Manetto Manetti un ottimo primo passo introduttivo. I motivi per i quali Manetto regala carisma dall’aldilà sono principalmente legati alle vicende che ne hanno segnato la scomparsa, incluso il fatto che la sua esistenza fosse quasi totalmente taciuta da parte dei suoi famigliari dopo la sua morte, per non soffrire, per non ricordare quella ferita.

Manetto nasce il 18 dicembre 1896 a Villanova di Bagnacavallo, in provincia di Ravenna. Formalmente battezzato Manetto Carlo Domenico Manetti, il bimbo, che nasce alle 7 di sera, riceve il nome dello zio di suo padre, un sacerdote di nome Manetto Manetti deceduto nel 1891. Figlio di Domenico Manetti ed Adele Farini, il giovane cresce nella cittadina romagnola imparando presto il mestiere di birocciaio (colui che sistema i carri da cavallo). Sono occultati a me ricordi di ogni genere: aneddoti, ricordi di gioventù, e quant’altro ancora non sia riuscito a recuperare, cosciente che forse mai accadrà. Le prime informazioni sono registrabili con il ritrovamento dei documenti militari, che ne segnano la chiamata alle armi nel settembre 1915. Quasi a rendere difficile le operazioni di ricerca, anche la sua esperienza militare non è riportata, ma si presume che abbia combattuto per tutti gli anni della guerra, spostandosi col V Battaglione Artiglieria da Fortezza.

Ad un giorno dal centenario che segna l’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, ho voluto dedicare questo articolo a colui che mai tornò, come tanti, come troppi. Morì di polmonite (presumibilmente influenza spagnola) a Sandrigo (provincia di Vicenza) alle 11 del 29 ottobre 1918, e lì fu sepolto, trasportato dall’ospedale militare al cimitero del campo, dove riposò per qualche anno prima di essere riportato a casa. Mi domando quanto fossero efficaci le comunicazioni al tempo di guerra, e se Manetto fosse stato dato per disperso per qualche tempo prima che la notizia del suo decesso raggiungesse i suoi cari in Romagna. Fatto stà che di lui non colpisce solo la tenera età, ma il tempismo che gli nega di essere testimone della vittoria italiana e della fine della guerra.

Le sue due sorelle maggiori, Vittorina (la mia bisnonna) e Laurina, onoreranno il fratello caduto scegliendo Manetto come nome battesimale dei loro rispettivi figli maschi, ma oltre ai tributi del momento si preferisce chiudere il sipario su quella triste pagina di lutto, nel tentativo di guardare avanti.
I suoi grandi occhi sono pieni di speranze e di futuro, e continuano a brillare, a prescindere dagli accadimenti che lo hanno coinvolto in quei tempi così remoti; è così che lo ricordo, è così che non ho intenzione di dimenticarlo, ed è così che, anche a cento anni di distanza, il suo offuscato ricordo torna a sbocciare.


5 commenti

First Night Design · Maggio 23, 2015 alle 1:11 pm

So sad. So many taken. I can see the family resemblance.

    alessiofabbri · Maggio 23, 2015 alle 7:14 pm

    Thank you 🙂

silviacavalieri · Maggio 23, 2015 alle 5:07 pm

Un romanzo vero!

The sad story of the soldier Manetto | Alexis Fabbri | First Night History · Maggio 27, 2015 alle 8:54 am

[…] posted on Alessio Fabbri. [Google […]

Don Grisostomo Manetti | Alessio Fabbri · Giugno 3, 2015 alle 7:33 am

[…] La triste storia del soldato Manetto […]

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