SessanaNei miei post genealogici ho sempre parlato indirettamente di mio nonno Lino, ed in qualche modo oggi farò lo stesso. Punto focale e centrale del mio articolo è la figura dei nonni, ma in questo caso visti proprio dalla prospettiva del nonno che non ho potuto conoscere.
Oggi è l’8 giugno. Mi sembra la data giusta per riportare a galla un certo discorso, perchè l’8 giugno 1932 moriva il mio trisnonno Giovanni Peduli, l’ultimo dei nonni di mio nonno Lino. In quel giorno di più di 80 anni fa, per Lino finiva un’epoca. Era finalmente o purtroppo libero da quel senso di gratitudine che aveva trasformato il suo rapporto coi nonni in una sorta di debito di famiglia, e che aveva assunto nel corso degli anni tutte le sfaccettature tipiche di un rapporto figlio-genitori. Ma per parlare di Giovanni Peduli e di Maria Benini, dovrei partire dall’inizio.

Lui era nato il 9 maggio 1848, lei il 10 novembre 1845. Crescono in due luoghi diversi dell’appennino Toscano: lui verso Palazzuolo, lei nella Valle dell’Acerreta. Solo grazie allo spostamento della famiglia di lui, Giovanni incontra finalmente Maria, e la sposa il 16 febbraio 1874. La porterà con sé alla Villa di Sessana, un grande palazzo nel quale vive un dottore e che ha al suo fianco una piccola chiesetta dedicata al Santissimo Salvatore. I Peduli sono già da una ventina d’anni i coloni del prete, e lavorano le terre della sua proprietà. Sono una famiglia molto religiosa e molto numerosa e Maria probabilmente nutre il desiderio di scappare da quella vita di stenti che l’ha resa una delle poche (se non l’unica) sopravvissuta fra i suoi fratelli e sorelle (a sua volta, sua madre Angiola Cavina era stata l’unica di sette figli a sopravvivere e a diventare adulta…)

La loro unione è benedetta dalla nascita di cinque figli: Cherubina nel 1875 (la madre di mio nonno), Agostino nel 1876, Bartolomeo nel 1878, Grazia nel 1881 e Francesco nel 1882. Il destino, però, non è affatto clemente con la coppia perché Bartolomeo e Grazia moriranno ad un anno d’età, mentre Francesco non arriverà mai a compiere dieci anni. Solo Cherubina, che si sposerà con il mio bisnonno Domenico Fabbri, ed Agostino sopravvivono fino all’età adulta. Ma come in una maledizione che non dà tregua, anche le loro vite sono a repentaglio, e nel giro di due anni anche loro vengono sopraggiunti dalla morte. Cherubina, lasciando quattro figli, muore l’8 aprile 1903, mentre Agostino decede il 1 febbraio 1905.

Giovanni e Maria non hanno una stirpe. Lui che è il capostipite, il fratello più grande, colui che ha le redini della famiglia dopo la scomparsa del padre, si ritrova improvvisamente senza eredi, e cede (questo è visibile dai documenti che ho rintracciato) al fratello Luigi ogni prerogativa circa la vita famigliare. I due sono una famiglia senza figli, feriti dalla speranza disillusa e pieni di ricordi di ciò che potevano avere. Non sono più genitori, forse, ma sono nonni, perchè Cherubina è diventata madre prima di morire: ecco che quindi si creano le basi per ospitare e crescere il figlio più piccolo di lei, che non potrà mai conoscerla ma potrà contare sull’appoggio dei nonni materni. La scelta è forse dettata dalle circostanze, ma questo è ciò che renderà mio nonno un Fabbri di nome, ma un Peduli a tutti gli effetti. Crescerà coi nonni, all’ombra del ricordo di sua madre, e spostandosi negli anni di podere in podere, portandosi appresso la croce pesante di una consapevolezza che lo vede l’ultima ruota del carro e lo stigma della definizione di garzone: un termine che non accetterà di sentire mai addosso e verso il quale proverà sempre una violenta reazione. Quella riconoscenza verso Giovanni e Maria è sia una benedizione che una punizione: Lino lavorerà sempre, per anni non farà altro e non esigerà altro da sé stesso e dagli altri, a tal punto da non ipotizzare nemmeno l’idea di una famiglia tutta sua. Solo con la morte dei due nonni, i suoi tutori e benefattori, Lino scenderà dai monti per cercare fortuna in pianura, qui dove conoscerà mia nonna.


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