LinoRicordo ancora quel pomeriggio, verso sera. Ero nella cucina di mia nonna, e mio padre mi aveva accompagnato lì per trascorrere un pò di tempo con lei. All’improvviso le chiesi: “Nonna, ma chi è il nonno?” – Avrò avuto sì e no 7 anni o giù di lì. Così scomparve nella sua stanza per qualche istante e ricomparì con una foto fra le mani, quella che si chiama “mortino” e ritrae il volto del defunto. C’era scritto “Lino Fabbri” e non mi trasmetteva alcuna sensazione. Non lo immaginavo muoversi, parlare con me, né tantomeno lo visualizzavo accanto a mia nonna: semplicemente, egli non era mai esistito per me ed io non riuscivo in un secondo a renderlo neppure un ologramma.

Così, negli anni, poco a poco, la sua figura tendeva a tornare in qualità di punto di domanda. Dopo la morte di mia nonna, forse perchè in quella maniera si erano finalmente riuniti, iniziai a pensarlo sempre più spesso. In fondo, se scaviamo nelle mie radici, appena prima di mio padre c’è lui… era così vicino come legame, ma così lontano nel tempo!

Lino era il sesto di sei figli, l’ultimo nato di Domenico e Cherubina Peduli. Quest’ultima, come ho avuto modo di raccontare, morì solo sei mesi dopo la nascita di mio nonno. La morte di lei (ma dovrei soprattutto riferirmi a come è stata gestita, a come le conseguenze si sono sviluppate) ha avuto un impatto non da poco sulla generazione successiva, su quella dopo, e su quella dopo ancora.

Lino è stato cresciuto dai nonni materni, lontano dai Fabbri, famiglia di cui semplicemente mantiene legami nel cognome. Un cognome pesante, difficile da trascinare giù per la montagna alla ricerca di un lavoro e di un sostentamento che gli desse autonomia. Nasconde un risentimento, per quell’abbandono di cui forse non capisce a fondo le ragioni, crescendo nell’incapacità del padre di riavvicinarsi e di reclamarlo come figlio suo, a cui dare un futuro ed un aiuto. Quella inesorabile scelta di lasciarlo coi nonni materni, i Peduli, ha segnato il destino di Lino e la sua lontananza dalla sua vera famiglia, costringendolo a cercare lavoro nel ravennate durante gli anni ’30 e poi anche poco prima della guerra.

Ho avuto la fortuna di incontrare uno dei figli del cugino di mio nonno, che mi ha quindi raccontato dei suoi ricordi da bambino, aiutandomi a delineare carattere e caratteristiche comportamentali, così come eventi chiave della vita di mio nonno. Quando lo vado a trovare, posso provare la strana sensazione di definirmi “il nipote di Lino“… una nuova emozionante descrizione di me che mi rende fiero delle mie origini e che mi dona uno speciale senso di appartenenza.


4 commenti

Angela F. Siracusa · Luglio 29, 2015 alle 1:43 pm

Mi riempie di commozione e speranza leggere questo articolo. Anche io sono cresciuta senza la figura costante dei nonni, o comunque la loro presenza nella mia vita è stata sempre molto ridotta, per svariati motivi. Forse scrivere e indagare sul loro passato è un buon modo per sentirseli più vicini…

    alessiofabbri · Luglio 30, 2015 alle 9:12 am

    Non c’è dubbio, Angela. La mia motivazione per la ricerca è partita da questo vuoto. Ogni nipote dovrebbe conoscere i propri nonni… Ti auguro di ritrovare le tue radici perchè, in qualche modo, i nostri nonni ci aspettano per parlarci attraverso documenti, foto e storie che sembravano dimenticate 🙂

andreadm81 · Settembre 19, 2015 alle 9:48 am

Sei davvero bravo, nel ricostruire e soprattutto nel ricercare. Vorrei chiederti come strutturi le tue ricerche… anche io sono alla ricerca di alcune informazioni sui miei avi.
Ciao… e grazie anche per seguire il mio blog!

    alessiofabbri · Settembre 25, 2015 alle 6:04 pm

    Grazie mille, sei molto gentile. Sono a disposizione per ogni suggerimento!! Tutti meritano di trovare le proprie origini. Per ogni documento “recente” l’Ufficio di stato Civile del comune d’appartenenza dell’avo in questione fa da riferimento. Nel periodo pre-unitario si cerca nelle parrocchie di riferimento. Ma vorrei essere più preciso, puoi scrivermi via email se ti va!

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