600I rapporti umani sono complicati. Non dovevo arrivare io a dirlo, è cosa risaputa. Però oggi mi soffermo sul fatto che, spesso e volentieri, ci si serve dell’altra persona non per completarsi, ma per disegnare una sicurezza di base su sé stessi, se non addirittura una personalità ex-novo. Questo è un meccanismo che spesso si instaura senza che chi è coinvolto in un rapporto se ne renda conto, ed il rapporto può essere di diversa natura: genitore-figlio, fratello-sorella, nonno-nipote, fidanzato/a-fidanzato/a.

Ho pensato bene di investigare questo aspetto attraverso i personaggi del mio romanzo, “La Magiara“. La sofferenza di Agnese, quella che la convince a trasferirsi a Ferrara dai suoi fratellastri, è causata dalla morte dell’ultima speranza che nutriva di costruirsi un’identità. Rimasta orfana di madre, non ha altro che Amilcare. Si appoggia a lui senza batter ciglio, e crede in un futuro con lui; questo futuro, però, le avrebbe donato un’identità fasulla. Sarebbe divenuta la moglie di un uomo e niente più, perdendo quindi le sfumature che la rendevano chi era. Così, in un certo senso, l’abbandono di Amilcare in quel porto di Venezia, seppur casuale ed accidentale, ha sì portato Agnese sull’orlo della disperazione, ma le ha permesso di imboccare la strada della definizione del sé, della rinascita.

Quanti, oggi, si perdono in qualcun altro ed affidano a questi la possibilità di definire la propria personalità? Queste persone vogliono veramente amare o sono semplicemente alla ricerca di una scorciatoia per assumere una presunta identità che sia più solida e definita?

Da un lato, le condizioni sociali della donna nel periodo in cui è ambientato “La Magiara” possono giustificare l’impulso di Agnese. La donna, per quanto indipendente fosse, era ancora e sempre vista come una proprietà dell’uomo, una persona non giuridica che passava dall’autorità paterna a quella del marito (anche se nel caso specifico Agnese non aveva mai conosciuto il padre, ed era forse ancor più incline ad accaparrarsi in qualche modo una posizione di rispetto). Forse oggi facciamo meno distinzione fra i sessi, forse poniamo l’attenzione ai bisogni dell’essere umano, alle sue debolezze ed alle sue difficoltà di relazione. Forse Agnese avrebbe Facebook, avrebbe bloccato Amilcare su ogni social ed avrebbe consumato la sua energia postando frasi al vetriolo su ogni bacheca virtuale.
Allora, come oggi, la situazione uomo-donna avrebbe potuto essere inversa. Avrebbe potuto esserci Amilcare in quel porto di Venezia, in attesa di una donna che non si presenta… Certo, sarebbe stato plausibile. Ma non avremmo trovato nessuno che ce lo raccontasse.

Di sicuro se c’è un punto focale di questo romanzo è la ricerca di un’identità. Attraverso il rifiuto e l’accettazione di diversi personaggi, Agnese finisce per fare affidamento solo su sé stessa e solo quando l’avrà fatto, solo quando riuscirà a capire chi è veramente, allora le cose cambieranno per lei.


2 commenti

annaecamilla · Agosto 9, 2015 alle 5:13 pm

Mi hai fatto riflettere molto. Grazie!

    alessiofabbri · Agosto 10, 2015 alle 6:18 am

    Grazie a te!!

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