commediadeiproverbiLa domanda può sembrare campata per aria, ma non lo è. Il fatto è che fra i volumi che leggeva il mio nonno materno, risulta questo libricino (che forse sarebbe meglio definire una raccolta) che propone diversi racconti. Si chiama “La commedia dei proverbi” ed è stato scritto da Aldo Mayer e pubblicato nel 1935, in piena epoca fascista.
Ora, chiaramente la prima cosa che ho fatto è stata buttarmi su internet per trovare uno straccio di informazioni anagrafiche sull’autore di cui intendevo leggere l’opera. Non nascondo che il fascino di trovarsi fra le mani un libro dell’epoca è il vero motore che spinge il mio interesse, dato che due dei romanzi che ho scritto (il primo, ancora non pubblicato, e “La Magiara“) sono ambientati fra gli anni venti e trenta del Novecento.
Eppure, nessuna ricerca dava risultati chiari o diretti. Chi era, quindi, Aldo Mayer? Ancora non è chiaro.
Cerco online, approfittando delle consuete virgolette e degli strumenti che il motore di ricerca offre, e stavolta, oltre alle svariate vendite del volume online da parte di commercianti di libri usati, appare qualcosa di più interessante.

Aldo Mayer è figlio di Teodoro Mayer, il fondatore del quotidiano “Il Piccolo” di Trieste. Di lui qualcosa si sa, perché Wikipedia ne ha delineato il profilo. Mi rendo conto che non avrebbe senso descrivere Aldo attraverso i dati rintracciati sul padre, ma per lo meno mi fornisce un contesto e mi fa capire qualcosa di più. Riassumendo, Teodoro è costretto a vendere il quotidiano ad un suo concorrente, e lo fa a prezzo stracciato per via del suo status di ebreo in seguito alle leggi razziali del 1938. Ecco, spunta una data, nascosta fra i risultati della ricerca: Aldo è nato l’8 agosto 1882 a Trieste. Assunse un ruolo di primo piano nei segretariati del popolo durante la Grande Guerra, provocando una condanna per diserzione ed alto tradimento da parte dell’Austria (adamoli.org “Dizionario degli italiani di oggi”). Qualche ricerca in più e riesco finalmente a dare ad Aldo Mayer una sorta di bibliografia omogenea:

– Tutti dicono che… (1931)
– Cuore che giudica mente, mente che giudica cuore (1932)
– La zebra verde (1932)
– Comanda, noi ubbidiremo (1932)
– Un’arte nuova (1933)
– L’amore (1933)
– Siero (1933; su “Il Piccolo”)
– La felicità (1934)
– La commedia dei proverbi (1935)
– La canzone dell’arno (1937)
– La casa degli occhi storti (1938)

Dai soli titoli traspare l’influenza che il periodo, ed in particolare il contesto sociale e politico dell’epoca, ha avuto sulla scrittura di Mayer. La dedica che, nel volume “La commedia dei proverbi” è indirizzata alla madre Gilda Ziffer, mi svela qualcosa di più sulla sua vita: “Tu mi sorridesti sempre nella vita“, dice. Poi narra diversi eventi, cita l’esistenza di una sorella, Marcella, degli errori di gioventù, e si evince la frequenza degli studi a Vienna, Graz, Padova e Roma. Il patriottismo italiano sgorga dal suo ricordo della visita, con la madre, alle carceri di Trieste, dove il padre fu condotto per scontare “una colpa di irredentismo“, come la definisce lui.
Poi la collaborazione col giornale del padre, ed i tanti lavori letterari sfornati negli anni. Che accadde però, dopo la guerra? La figura di Aldo Mayer sembra essere talmente associabile a quel periodo, che quasi sembra anche lui dissoltosi assieme al regime. Non si hanno notizie di lui, e non è facile incontrarle online. Che gli sarà accaduto? Credo di aver capito che ha sposato Aglae Geiringer, e che da lei dovrebbe aver avuto una figlia, Fulvia. Altro non è dato sapere.

Ma prima di concludere questo articolo vorrei soffermarmi sul più curioso fra i racconti inclusi ne “La commedia dei proverbi“, ovvero “Ciò che dissi dopo morto“. Il narratore esordisce dicendo di aver letto un annuncio il 6 luglio 1986 (sì, è ambientato nel nostro futuro!) in cui un medico acquista cadaveri a scopo scentifico in cambio di un’enorme somma di denaro. Per poter quindi lasciare un’eredità all’amico Lurd, il malato fa visita al dottor Nechio Onetone e gli vende il suo futuro cadavere. Egli, quindi, muore due giorni dopo, e si scopre in seguito riportato in vita, anche se solo per un brevissimo tempo; lo scopo del dottor Onetone è infatti quello di carpire il pensiero di un morto nei confronti della vita.

Insomma, al di là del chiaro stampo che l’autore ha donato a questi suoi lavori, vale la pena guardare oltre e scorgere il profondo pensiero intellettuale che si cela negli inteni narrativi di Mayer.


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