facoltàHo deciso di dedicare qualche post del mio blog ad una spiegazione più intima, più chiara, di ciò che Ferrara ed i suoi luoghi hanno significato per me.

Nel 2003 mi decisi ad intraprendere gli studi universitari, e Ferrara fu la mia prima ed unica scelta. Un pò per comodità, poiché era ed è ben collegata al luogo dove vivo, ma anche per voglia di intraprendere qualcosa di nuovo in un luogo ancora per me inesplorato.
Oggi imbocco via Savonarola e sono letteralmente pervaso da ricordi intensi, da una sensazione di nostalgia per qualcosa che appartiene ormai al passato. Sì, si va avanti e si incrociano nuovi destini, si fanno nuove esperienze, ma come dimenticare questo luogo del cuore, il punto preciso in cui posso affermare di essere cresciuto, di aver aperto la mente, di essermi confrontato con nuove idee, nuove culture, la storia, i rapporti personali: tutto. Questa è un pò casa mia. Ed un pò come accade quando si torna nel luogo delle proprie origini, la malinconia la fa da padrone.

Basta ascoltare i ricordi… e torna tutto alla mente. Vedo gruppi di ragazzi che aspettano davanti al portone della facoltà: “Ma c’è l’esame? L’ha spostato? Il prof è in ritardo? Tu quanto hai preso? Cosa chiede?”
Entro e vedo miriadi di bici. Esse sfidano il cartello del “vietato appoggiare biciclette” e bivaccano in attesa che i loro proprietari finiscano lezioni ed esami. A destra c’è la biblioteca, ed è lì che ho ritirato la mia prima dispensa: parlava della dichiarazione d’indipendenza americana ed andava studiata per l’esame di (Letterature) Angloamericane. Guardo il cortile interno e vedo le panchine piene, chi scende e chi sale dalle bici, chi parla di musica, di serate balorde, fra un “Maial” ed un “Ciao bel“. Chi teme di non passar l’esame, chi chiede gli appunti, chi ha fame perché non ha fatto colazione e quindi adesso fa un salto al Romei, dove l’Isa e Carlo hanno sicuramente qualche panino o rotolo favoloso da proporre. Allora salgo le scale, in quell’edificio fatiscente e decisamente retro, che si dice esser stato un ospedale psichiatrico. Lì ci sono orari, professori, bidelle (anche se non è il loro titolo, ma tutti le chiamano così), ed un vociferare costante, un crocevia di confronto e di scambio. Se seguo il corridoio, basta girare a destra e vedrò quella che è forse l’anima dell’intera facoltà, socialmente parlando.

La famigerata Aula Cazzeggio, là dove le macchinette sono solo un pretesto. Lì si può studiare, ma le chiacchiere hanno la meglio. Qualcuno guarda dalla finestra per vedere se dal cortile interno c’è qualche amico a cui dar voce, e quelle quattro mura rimbombano di vita e di spensieratezza. Perchè è vero che si studia e si fa i seri, ma quello è il nostro nido. Con la pioggia o con il sole, l’Aula Cazzeggio è il punto di riferimento per antonomasia. Esco e poi svolto l’angolo, dove una volta si affiggevano i risultati degli esami di Letteratura Inglese; una rampa di scale e torno nel cortile interno.

Non c’è una sola persona. Le luci sono spente, le finestre serrate. Non vi sono suoni, non c’è più movimento, se non per chi va in Biblioteca, che oggi occupa qualche area del piano terra. Torno al presente quindi, al cospetto di quel vecchio edificio che oggi è chiuso a chiave, dove dentro sono custoditi tutti i ricordi più belli dei miei vent’anni. Il terremoto di qualche anno fa ha sancito la chiusura definitiva di quel polo che già da tempo veniva in parte snobbato in favore della sede di via Paradiso, dove la facoltà ha trovato nuovi spazi ma ha secondo me perso l’identità, trasferendosi in un luogo palesemente scientifico e privo di luce, incapace di accogliere a pieno la vita universitaria tipica degli studenti umanisti per i quali il Palazzo Tassoni Mirogli di via Savonarola era perfetto. Ora pare che avranno inizio presto i lavori di ristrutturazione…

Esco ed accarezzo le pietre che fanno da cornice al portone. Ho l’impressione di chiudere uno scrigno dentro il quale vi sono ricordi che, di tanto in tanto, ho l’onore di rivisitare.


6 commenti

Eva · Febbraio 6, 2016 alle 1:09 pm

Ho letto il tuo articolo ed ho chiuso gli occhi. Era tutto lí, come se lo avessi lasciato ieri.

    alessiofabbri · Febbraio 6, 2016 alle 7:06 pm

    Grazie Eva. 🙂 Penso che in molti condividiamo le stesse emozioni su quel luogo!

Federica · Febbraio 17, 2016 alle 12:22 pm

Sono stata a Ferrara secoli fa ( tipo gita delle superiori) ma leggere fa ricordare!bello davvero:)

    alessiofabbri · Febbraio 20, 2016 alle 7:39 am

    Grazie Federica! 🙂

Cristina · Febbraio 22, 2016 alle 11:39 am

Grazie per questo bel post… perchè credo mi ispirerà. Ti dispiace? 🙂

    alessiofabbri · Marzo 14, 2016 alle 10:21 am

    Mi fa molto piacere! Grazie Cristina 😉

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *