IMG_5120Che ricercatore sarei se mi basassi solo sui documenti, senza trovarne prova nel territorio che studio? Ebbene, ho sempre avuto la curiosità di vedere dov’era nato il mio bisnonno Domenico Fabbri. La strada che porta al podere dove nacque mio nonno è comoda ed asfaltata, ma certo non si può dire lo stesso del casolare dove vide la luce suo padre, perché quel luogo si trova in una zona impervia ed abbandonata da almeno decine di anni. Appena scorgo il tetto di quella antica dimora, mi rendo conto della probabile origine del nome di quel podere: si trova molto più in basso di dove mi trovo io, non più in cima al monte ma nemmeno a fondo valle: a metà via. Ma che storia hanno questi terreni?

I Fondi di San Martino sono un podere relativamente giovane, a dire la verità. I documenti mi suggeriscono che l’edificazione risale al 1843, e che quello è il primo di una serie di casolari costruiti ex-novo in quel periodo. Il nome si deve all’antichissima chiesa di San Martino in Collina, una volta la più importante della zona, molto più di quella di San Cesario in Cesata, di cui divenne annesso, sino ad essere abbandonata nella prima metà dell’Ottocento. Quando i miei trisnonni Giovanni e Domenica Vespignani arrivano ai Fondi è il marzo 1859: hanno già avuto Francesco (3 anni e mezzo) e Giuseppe (quasi 2 anni) e qui nasceranno anche Fiora, Maria, Anna e, appunto, Domenico.

Il monte sul quale si trova l’edificio è sul versante che guarda alla vallata del torrente Acerreta, e si nota infatti il paesino di Lutirano in lontananza. Poco più su, sul crinale, basta guardare dall’altro versante e si scorge la vallata di Tredozio. Oggi se si imbocca la mulattiera che porta ai Fondi non si trovano altro che rovi e sterpaglie, e più ci si avvicina al vecchio rudere, più si incontrano sambuchi, edera, rovi di more e rose canine che sembrano voler occludere la vista e non permettere a nessuno di oltrepassarle. Non riesco ad avvicinarmi oltre, la zona è isolata. Fra l’altro l’inclinazione del monte non mi agevolerà affatto il percorso del ritorno, perché essendo la stradina occlusa, non mi resta che attraversare i campi in pendenza.
1868Forse la scomodità di quel fabbricato è stata una delle ragioni per le quali non c’è più nessuno ad abitarlo. I miei antenati lo abbandonarono in favore del Querceto nel 1880 (anche se, con molta probabilità, i trasferimenti dell’epoca non erano qualcosa che i mezzadri potevano decidere autonomamente, ma solo attraverso affari e compromessi con fattori e proprietari terrieri), un podere molto più facilmente raggiungibile che si trova a pochi passi dal fiume e che virtualmente si sarebbe potuto raggiungere persino proseguendo quella strada ormai in disuso che portava ai Fondi di San Martino.
Per un attimo ho immaginato ciò che oggi è solamente possibile percepire… la fatica di coltivare questi terreni pendenti, la presenza di alberi che non ci sono più, di sassi avvolti dall’erba, di colori diversi rispetto a quelli di metà Ottocento, cercando di capire cosa resta e cosa ormai non c’è più. Quando visito i luoghi delle origini del mio cognome, mi soddisfa sempre la splendida sensazione di aver riportato, anche solo per qualche minuto, un pò di Fabbri da quelle parti.


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