A L E S S I O F A B B R I

1819


Capitolo I

Voci



Flebili e acute erano le voci del bosco. Sono ancestrali richiami che squarciano il velo della notte, che strisciano fra i vecchi tronchi degli alberi. Scendevo dal monte con rapidità, poiché ormai il buio mi aveva sorpreso, e la strada di casa iniziava a farsi impervia. “Tistì”, sentivo sussurrare. Gli animali, che sempre mi avevano protetto, sembravano allora minacciosi ed irrequieti. Compagni di avventura e allegri canterini durante le faticose giornate nei campi, essi si rivelavano insidiosi nemici che si nascondevano nell’oscurità fra vecchi faggi e querce. Mi trovavo nei pressi di un luogo che conoscevo molto bene: la Cerreta. Era un podere antico, costruito ormai da diversi secoli sulle rive del Tramazzo, il nostro fiume, la nostra acqua, la nostra vita. Ma era notte fonda, e non sapevo perché mi trovassi lì e quale fosse il motivo della mia inquietudine. Camminavo scalzo, pestando foglie ormai secche e ghiande ammuffite, osservando in lontananza piccole fiammelle che danzavano al ritmo del vento. “Tistì, vieni qui”, ripeté la voce. Dinnanzi a me v’era l’origine di quella chiamata, ma non potevo fare a meno di guardarmi indietro e notare che le finestre del vecchio casolare non erano illuminate dalle solite candele di chi v’era dentro. Anzi, la struttura era completamente ottenebrata dai rami che la circondavano e che non le permettevano di splendere alla luce della luna. Strano. Pensai che fosse veramente strano. “Non abiti più lì, ricordi?”

La voce tornò, e lo fece ancora più prepotentemente. “Lasciala andare, lasciaci andare”, avvertì quella persona sempre più distintamente. Allora continuai a camminare lungo il sentiero che costeggiava il fiumiciattolo ed iniziai a salire per la ripida collinetta che sormontava il podere, lì dove le querce lasciavano spazio ai faggi. Ed ecco che la voce, distintamente maschile, si presentava sempre più chiaramente: “Sono qui”, mormorò al mio orecchio. Chiunque fosse, era così vicino a me che ne sentii il respiro inumidirmi l’orecchio. “Siete voi zio Żvân Mareja?”

Una sagoma nera si scostò da dietro il tronco di un faggio per avvicinarsi a me, eppure non ebbi la benché minima paura. Sapevo che chi avevo di fronte voleva aiutarmi, e non spaventarmi.

“Tistì”, ripeté quel contorno indefinito. Egli aprì la sua mano destra e dal palmo ne scaturì una fiammella che ne rivelò i contorni del volto.

“Zio, ma cosa ci faccio qui. Cosa succede?”

“Succede che ti vengo a dare un messaggio. Smetti di guardare al passato con nostalgia e rimpianto. Hai lasciato la Cerreta, ricordi? Lasciaci andare. Lascia i ricordi e lascia i rimpianti. E poi … lei non è più qui.”

Lo zio era morto qualche anno prima, nel gennaio del 1815. Non era troppo anziano ed aveva sempre goduto di buona salute. La sua scomparsa fu molto difficile da accettare, anche perché egli aveva personificato la figura paterna molto più di mio padre, ed il fatto che non avesse mai messo su famiglia lo aveva reso rigido ed estremamente pratico nella vita di tutti i giorni, ma senza mai togliere a me e ai miei fratelli un sorriso o un appoggio su cui contare.

“Zio, queste sono le mie radici”, ribattei.

La fiammella che sgorgava dal suo palmo iniziò ad ondeggiare e a farsi più alta, rivelando ancor meglio i tratti del volto dello zio, che si mostrava accigliato ed adirato dalle mie parole. Notai in quell’istante che era vestito esattamente così come l’avevo visto l’ultima volta: una lunga tunica bianca lo copriva dalle spalle ai piedi. “Le tue radici verranno sempre con te. Tu non vuoi veramente tornare alla Cerreta, dì la verità.”

Non seppi cosa rispondere. Quel luogo rappresentava la storia della nostra famiglia da molti decenni. Lì erano nate e morte tante persone a me care, e andare avanti senza di loro sembrava quasi uno sgarbo, un’indecenza. “Non lo so zio. Perché mi avete cercato? Qual era il messaggio che volevate darmi?”, domandai un po’ seccato, prendendo le distanze. “Perdona tuo padre”, rispose indicandomi il polso.

Quando posi lo sguardo su di esso notai che v’era un braccialetto che conoscevo bene e che era formato da una corda stretta e colorata. Sorpreso e sdegnato da quella comparsa iniziai a tirare per romperlo, per toglierlo da dov’era comparso. Lo zio mi guardò sorridendo.

“Non puoi dimenticare chi sei. Vai avanti nella tua vita ma fai pace col tuo passato”, ribadì. “Perdona tuo padre.”

Smisi di tirare solo perché lo zio mi si avvicinò all’orecchio per sussurrarmi qualcosa. Sapevo che stava per salutarmi.

“La tua sposa aspetta un bambino. Questa volta nascerà un maschio.”

Così sorrisi e dimenticai del tutto di aver addosso quel braccialetto; “Come fate a dire ciò?”, chiesi razionalmente a qualcuno che di razionale aveva ben poco. “Non lo sai che i morti possono far diventare realtà ciò che dicono?”

Scomparve. Allora mi svegliai di soprassalto e mi toccai immediatamente il polso per notare se lì vi fosse ancora quel laccio rovinato che mio padre mi aveva regalato per la mia cresima. Solo in quel momento mi ricordai che da anni lo avevo perduto e che quanto avevo visto e sentito poc’anzi altro non era che un sogno.

“Cosa sei dietro a fare?” chiese la Francesca, tua mamma. “Ma niente, va là”, ribattei io con tono ancor inquieto.

Lei ancora non sapeva d’esser in dolce attesa e che tu stavi per incominciare il tuo percorso nel mondo, ma lo avremmo scoperto di lì a poco, mio caro Zvanì.